La santità dei "felicemente incompleti"
- di Orazio Caputo
- 31 ott 2026

Spesso immaginiamo i Santi come eroi di marmo, irraggiungibili e perfetti fin da bambini. Ma la festa di Tutti i Santi e il Vangelo delle Beatitudini ribaltano completamente questa prospettiva.
Nelle Beatitudini i verbi sono quasi tutti al passivo: saranno consolati, saranno saziati, troveranno misericordia. Nella lingua biblica significa che è Dio che agisce. La santità, quindi, non è una medaglia al valore che ci conquistiamo con le nostre sole forze, né una performance da supereroi.
Un santo non è un uomo perfetto, ma un uomo che non si oppone all'opera di Dio in lui. Per il Battesimo siamo già tutti chiamati a lasciar agire la potenza e la bellezza di Dio nella nostra vita.
E qual è il terreno prediletto in cui Dio opera? La nostra povertà.
Dio non cerca cuori autosufficienti, che finiscono solo per essere isolati e soli. Cerca persone che sanno di essere felicemente incomplete: chi ha un pianto da consolare, chi ha fame di giustizia, chi riconosce la propria fragilità.
Le nostre crepe e le nostre insufficienze non sono un ostacolo, ma il varco attraverso cui la tenerezza di Dio può finalmente entrare. Oggi ricordiamo che la santità non è per pochi eletti, ma è la chiamata per ciascuno di noi: smettere di autoprodurci e tornare a vivere da figli, lasciandoci abbracciare e guidare dal Padre.
«La santità non è una buona intenzione dell'uomo, ma è tornare alla sorgente della vita, vivere da figli e non più da soggetti autoprodotti.»
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