Non siamo padroni della vita: siamo fatti per dare frutto
- di don Orazio Caputo
- 4 ott 2026

Ci sono pagine del Vangelo che non accarezzano, ma scuotono. La parabola dei vignaioli omicidi di questa domenica ne è l’esempio più chiaro: è la storia tragica ed inquietante di un rifiuto, di una pretesa di possesso che sfocia nella violenza.
A prima vista verrebbe da voltarsi dall'altra parte, bollandola come una storia lontana che non ci riguarda. Eppure, dietro la durezza del testo, c'è una domanda cruciale che Dio rivolge a ciascuno di noi: cosa stiamo facendo della vita che ci è stata regalata?
Dio non viene a chiederci il conto da giudice distante, ma bussa ogni giorno alla nostra porta attraverso i volti di chi ci sta accanto: un figlio che chiede pazienza, un anziano che cerca affetto, un coniuge o un amico che attende coerenza e presenza. Abbiamo ricevuto tanto affetto, perdonare, opportunità per poter a nostra volta imparare a donare.
Oggi gran parte del grigiume e del senso di vuoto che si respirano nasce da un inganno profondo: credere che la felicità consista nel trattenere tutto per sé e nell'usare la vita unicamente a proprio uso e consumo. Ma trasformare l'esistenza in una corsa rapace e autoreferenziale significa solo impoverirla.
La verità è un'altra: siamo nati per amare e per portare frutto. Se è bello sentirsi amati, è immensamente più bello e appagante imparare ad amare. Alla fine del percorso, quando tireremo le somme, non conterà ciò che avremo accumulato, ma quanto bene avremo saputo restituire al mondo.
Don Orazio Caputo


